GRUPPO U.N.I.T.A.L.S.I. INTERPARROCCHIALE PORTO D'ASCOLI SAN BENEDETTO DEL TRONTO Parrocchie:Cristo Re-SS.Annunziata-Sacra Famiglia-S.Giacomo della Marca
     GRUPPO U.N.I.T.A.L.S.I. INTERPARROCCHIALE PORTO D'ASCOLI                           SAN BENEDETTO DEL TRONTO         Parrocchie:Cristo Re-SS.Annunziata-Sacra Famiglia-S.Giacomo della Marca

I CATECHESI 25/09/2017

La prima catechesi dell’anno pastorale 2017/2018 per il gruppo inter-parrocchiale Unitalsi si è svolta a Cristo Re con Don Pio. Dopo la recita della compieta, il parroco ha sentito la necessità di parlare della storia dell’Esodo dato che il titolo della lettera pastorale per quest’anno scritta dal vescovo della diocesi Carlo Bresciani  è “Il Cammino della fede raccontalo a tuo figlio”. Il vescovo alla presentazione della lettera ha detto “: “Non possiamo essere come coloro che non hanno e non fanno memoria del loro passato e delle opere di Dio. Se non facciamo memoria grata del passato rischiamo di avere – come dice papa Francesco – l’Alzheimer spirituale, malattia terribile che non permette più di riconoscere né figli, né genitori.
La nostra fede ha un fondamento storico: le opere di Dio nel mondo e dentro la nostra storia personale. E noi queste opere le abbiamo sperimentate nelle vicende della nostra vita e questa è la nostra esperienza religiosa. La trasmissione della fede non può non comprendere questa esperienza personale che va raccontata ai propri figli. Ecco il sottotitolo della lettera pastorale: “raccontalo a tuo figlio”. I nostri ragazzi sentono di tutto, anche quello sarebbe bene non sentissero mai; diciamo loro di tutto in famiglia, ma forse siamo latitanti sul racconto della nostra fede”.

La Fede per l’appunto, ha una storia e sulle origini di questa Don Pio ha voluto incentrare l’incontro, ricordando però che alla base deve esserci sempre la preghiera, basata sulla collaborazione e sulla carità (senza maldicenze ne gelosie) perché tutti sono a servizio della comunità parrocchiale e specie nel servizio ai malati, il clima che si deve creare è un clima di benevolenza!

L’alleanza tra Dio e gli uomini inizia con la storia di Abramo, narrata nel primo libro della Bibbia, la Genesi, e si svolge in quella regione del Medio Oriente che è chiamata Mezzaluna fertile. Abramo vive nella città di Ur, tra i fiumi Tigri ed Eufrate. È il capo di una tribù semi nomade che vive di pastorizia e commercio; Abramo è un politeista e adora le divinità della Mesopotamia. Faceva parte del gruppo etnico degli amorrei, nello specifico del filone degli aramei. In quel periodo storico molti popoli si spostavano spesso in cerca di pascoli e zone fertili. Attorno al 1850 a.C., Abramo sente la voce di Dio che gli parla. È il Dio unico, il creatore dell'universo, che lo chiama per iniziare un cammino di salvezza; lo invita a uscire dalla sua terra e gli fa tre promesse: la terra: fertile e ricca, dove scorre latte e miele; la discendenza: numerosa come le stelle del cielo; la Benedizione : per lui e per tutte le nazioni della terra. Dio gli parlò e gli trasmise questi messaggi, proponendo il patto e il dialogo e attendendo da Lui una libera risposta. Abramo si fida; lascia la sua terra, le sue sicurezze e si mette in cammino, con la moglie Sara, i suoi servitori e tutto il suo bestiame. Lascia la terra per la chiamata ricevuta e non solo per le tradizioni del suo popolo! Dopo un lungo viaggio, arriva nella Terra di Canaan, il paese tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Abramo ha una moglie Sara che cede all’imperatore in terra d’Egitto per poi riprenderla. Questo grave peccato di cui si macchia Abramo gli viene però perdonato da Dio che lo metterà alla prova con sacrifici sancendo però con lui l’Alleanza! Abramo e Sara, ormai molto in la con gli anni, non avevano figli e pensano che l'unico modo per averne, secondo la promessa di Dio della grande discendenza, fosse attraverso una schiava, come da usanza del tempo. Abramo, rispettando questa usanza, ha un figlio dalla schiava Agar, una delle serve di Sara, a cui mise nome Ismaele. Però, a causa della gelosia di Sara, Agar e Ismaele furono allontanate dalla tribù. Da Ismaele discende il popolo arabo ed ecco spiegato l’odio che ancora oggi c’è tra ebrei e musulmani! Abramo è ormai vecchio e non ha figli cui lasciare l'eredità. Ma un giorno, tre uomini lo vanno a visitare: sono messaggeri di Dio che gli annunciano la nascita di un figlio. A quella notizia Sara, vecchia e sterile, sorride incredula; dopo un anno, però, partorisce un figlio maschio: Isacco, il cui significato è “colui che sorride”. Quando Isacco è ormai grande, Dio decide di mettere alla prova Abramo: gli chiede in sacrificio il unico figlio, il figlio della promessa. Ad Abramo, tale richiesta sembra assurda, tuttavia si fida ma Dio provvederà! Di fronte a questa fede Dio interviene fermandogli la mano. Non vuole sacrifici umani ma la fede di uomini disposti a lavorare con lui. Abramo è, dunque l'uomo della fede nel Dio che è divenuto il padre di tutti i credenti. Il popolo ebraico riconosce le proprie origini in Abramo e nella sua discendenza. Isacco, il figlio di Abramo, a sua volta ebbe dalla moglie Rebecca due figli: Esaù e Giacobbe. Esaù, che era il primogenito, rinunciò al proprio privilegio e alla benedizione patema in cambio di un piatto di lenticchie. Fu dunque Giacobbe a diventare l'erede della promessa divina. Dopo aver strappato la benedizione, Giacobbe è costretto a fuggire lontano da Esaù che lo vuole uccidere. In attesa che l'ira del fratello venga meno, si reca presso lo zio Labano nel territorio di Carran. Dopo lunghi anni di lavoro e dopo aver sposato le due figlie dello zio, Lia e alla sua morte, Rachele, fugge. Durante la fuga, presso il guado del fiume Jabbok, Giacobbe si trova in una situazione disperata: davanti a lui c'è il fratello Esaù che lo sta cercando; dietro, lo zio Labano da cui non può tornare. Non potendo muoversi, fa passare il fiume a tutto il suo bestiame e a tutta la sua famiglia, nella speranza che il fratello di fronte ai suoi figli si intenerisca. Ma ecco che, rimasto solo, durante la notte un uomo lo aggredisce e lotta con lui. Costui allora gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio». Israele, che significa forte con Dio, riceve quindi la benedizione e, al mattino passa il fiume incontrando il fratello Esaù, che lo accoglie in pace. Israele diviene il nome anche della discendenza di Giacobbe; i suoi figli, che saranno i capostipiti delle tribù d'Israele. Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, è un abile interprete di sogni. I fratelli, divorati dalla gelosia, decidono di venderlo a dei mercanti diretti in Egitto. Quindi, al padre portano le vesti del fratello sporche di sangue, per fargli credere che fosse morto, sbranato da una bestia feroce. Arrivato in Egitto, Giuseppe viene venduto come schiavo; la moglie del suo padrone, sentendosi rifiutata dopo aver cercato di sedurlo, con false accuse, lo fa gettare in prigione. Qui interpreta i sogni di alcuni prigionieri che erano stati servi a corte. Uno dei compagni di prigionia di Giuseppe, tornato libero lavora per il faraone. Il faraone, allora, tormentato da un sogno che nessuno riesce a spiegare su sette vacche grasse e sette vacche magre, su suggerimento del compagno di prigionia di Giuseppe, lo fa condurre a corte per interpretare il sogno. Giuseppe condotto dal faraone gli suggerisce di raccogliere grano in abbondanza nei prossimi primi sette anni che saranno di abbondanza e di ammassarne il restante nei granai anche per i sette anni di carestia che seguiranno. Il faraone colpito dalla sua sapienza, lo nomina vicerè d'Egitto affinché possa realizzare quanto ha proposto. Ciò predetto da Giuseppe si avvera e nei sette anni di prova, quando la carestia arriva a farsi sentire anche nella Terra di Canaan, Giacobbe invia i suoi figli a chieder aiuto in Egitto. Costoro arrivano alla presenza del vicerè Giuseppe, ma non lo riconoscono. Egli, invece, riconosce i fratelli, e dopo che si rende conto del loro pentimento li perdona. Quindi, li invia a prendere il padre e si stabiliscono in Egitto. Dopo un primo periodo di prosperità, caratterizzato da rapporti pacifici e rispettosi, gli ebrei vennero gradualmente ridotti in schiavitù. Giuseppe è divenuto strumento di salvezza, la provvidenza per Israele, è divenuto strumento di Dio: attraverso di lui gli Ebrei hanno fatto l’esperienza dell’Egitto e della fedeltà di Dio. Con Giuseppe termina la storia dei Patriarchi (padri del popolo)! Dopo Giuseppe ci saranno 430 anni di persecuzioni degli ebrei fino a Mosè.

Nella storia dei patriarchi notiamo specialmente in Abramo, capostipite dell’alleanza, l’importanza data alla parola Obbedienza! Abramo si fida e obbedisce anche alle richieste più assurde come quella di uccidere il figlio tanto atteso Isacco. Ma Dio ci mette alla prova non perché vuole vederci soffrire ma per capire quando gli siamo fedeli visto che Lui ci ama incondizionatamente. L’obbedienza è una parola che dovrebbe essere usata in tutti gli ambiti: familiari, sociali, scolastici e naturalmente religiosi! Ma spesso a partire dalla Chiesa stessa, l’obbedienza non viene mai data del tutto: dagli alti livelli ecclesiali fino alle piccole parrocchie, i compiti affidati dal Signore sono sempre lunghi e faticosi e arrendersi o cambiare rotta per comodità, non è ciò che ci viene chiesto. Per affrontare le dure prove a cui siamo chiamati, serve soprattutto la preghiera! Molti, specie i giovani, non la considerano importante o fondamentale, anche perché non viene loro inculcata dai vari educatori familiari, sociali e anche parrocchiali spesso, invece dice Don Pio che pregare è alla base di ogni cammino! Affidiamoci a San Giuseppe, che ha obbedito in silenzio e sicuramente pregato per capire cosa fosse giusto fare! Cosi dovremmo fare noi tutti!

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