GRUPPO U.N.I.T.A.L.S.I. INTERPARROCCHIALE PORTO D'ASCOLI SAN BENEDETTO DEL TRONTO Parrocchie:Cristo Re-SS.Annunziata-Sacra Famiglia-S.Giacomo della Marca
     GRUPPO U.N.I.T.A.L.S.I. INTERPARROCCHIALE PORTO D'ASCOLI                           SAN BENEDETTO DEL TRONTO         Parrocchie:Cristo Re-SS.Annunziata-Sacra Famiglia-S.Giacomo della Marca

Il terzo incontro della catechesi unitalsi interparrocchiale si è svolto a Cristo Re con Don Anselmo. Dopo la recita della compieta, il parroco ha continuato il discorso iniziato con gli incontri precedenti sulla lettera pastorale del vescovo Bresciani. Dopo aver riletto le parole di Paolo VI (“Ho amato la Chiesa…per essa e non per altro mi sembra di aver vissuto”) ricordate nel primo capitolo, è stato introdotto il capitolo secondo dal titolo “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli” : nella lettera il vescovo scrive che la “Chiesa si alimenta dall’ascolto della Parola che diventa Vita e ciò richiede costanza e perseveranza”, ma cos’è l’insegnamento? Per Don Anselmo è il buon deposito delle sante parole udite dagli apostoli e il vescovo infatti scrive “I primi cristiani sentivano il bisogno di trovarsi insieme per ripercorrere e rimeditare insieme gli insegnamenti di Gesù, per capirli meglio, per trovarvi fiducia e speranza. Perfino coloro che avevano udito con le loro orecchie quanto Egli aveva detto, e avevano vissuto con Lui, avvertivano il bisogno di capire meglio il significato di quello che avevano sentito onde trarne insegnamenti per la loro vita.

Il vero insegnamento per Don Anselmo sta nel detto “chi sa fa, chi non sa insegna” perché non è solo tramite i libri e il sapere, che comprendiamo davvero le cose: il vero insegnamento è senza parole, è fatto di gesti, attenzioni ed esempi da custodire, come quelli che ci tramandano i nonni! Farsi aiutare nella comprensione è un altro importante passo, è un bene per noi cristiani, che senza una guida, probabilmente, non saremmo neanche in grado di leggere la Bibbia, specie nei suoi passaggi più difficili e poco chiari! Per questo a pag. 11 della lettera il vescovo Carlo scrive “Come si può dire di amare Gesù se non lo si conosce e non si ascolta la sua Parola? Nessuna preghiera, nessuna devozione religiosa può dirsi cristiana se non è intrisa della Parola di Dio ascoltata e meditata con la Chiesa.” Questo cammino comporta necessariamente l’essere perseveranti, ma essere perseveranti non è semplice! Possiamo esserlo qualche giorno, qualche mese, forse qualche anno ma Gesù ha detto “chi persevererà fino alla fine sarà salvato” Mt 10,22 e poi “con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” Lc 21,19. Giovanni Paolo II, scrive il vescovo, diceva che “si può chiamare fedeltà solo una coerenza che dura per tutta la vita” e a conclusione del capitolo (pag. 13) riporta le parole di Ermes Ronchi prese dal testo Le nude domande del vangelo: “La perseveranza non è clamorosa, non strappa appalusi, ma è la virtù che fa avanzare la barca della comunità.. Fede nuda è perseverare, anche nella burrasca, certo che Dio è sulla mia barca che intreccia il suo respiro con il mio, la sua rotta con la mia. Magari addormentato. Magari muto. Ma se oarla è per amore, se tace è ancora per amore.”

Perseverare è mettersi a totale disposizione e, in questo Giubileo della Misericordia fortemente voluto da Papa Francesco, che sta concludendosi con la chiusura delle porte sante, noi siamo stati perseveranti?  Siamo stati “porte”? Cosa è passato attraverso le nostre azioni, dalle nostre parole? Siamo stati davvero misericordiosi e caritatevoli? Sant’Agostino ci ricorda che la Misericordia non è una moda e che dobbiamo scegliere se essere corvi o colombe! E a tal proposito abbiamo letto proprio le parole di S. Agostino sulla Carità:

“Se volete conservare la carità, fratelli, innanzitutto non pensate che essa sia avvilente e noiosa; non pensate che essa si conservi in forza di una certa mansuetudine, anzi di remissività e di negligenza. Non così essa si conserva. Non credere allora di amare il tuo servo, per il fatto che non lo percuoti; oppure che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza. Sia fervida la carità nel correggere, nell'emendare; se i costumi sono buoni, questo ti rallegri; se sono cattivi, siano emendati, siano corretti. Non voler amare l'errore nell'uomo, ma l'uomo; Dio infatti fece l'uomo, l'uomo invece fece l'errore. Ama ciò che fece Dio, non amare ciò che fece l'uomo stesso. Amare quello significa distruggere questo: quando ami l'uno, correggi l'altro. Anche se qualche volta ti mostri crudele, ciò avvenga per il desiderio di correggere. Ecco perché la carità è simboleggiata dalla colomba che venne sopra il Signore (cf. Mt 3, 16). Quella figura cioè di colomba, con cui venne lo Spirito Santo per infondere la carità in noi. Perché questo? Una colomba non ha fiele: tuttavia in difesa del nido combatte col becco e con le penne, colpisce senza amarezza. Anche un padre fa questo; quando castiga il figlio, lo castiga per correggerlo. Come ho detto, il mercante, per vendere, blandisce ma è duro nel cuore: il padre per correggere castiga ma è senza fiele. Tali siate anche voi verso tutti. Ecco, o fratelli, un grande esempio, una grande regola: ciascuno ha figli o vuole averli; oppure, se ha deciso di non avere assolutamente figli dalla carne, desidera per lo meno averne spiritualmente: chi è che non corregge il proprio figlio? Chi è quel padre che non dà castighi (cf. Eb. 12, 7)? E tuttavia sembra che egli infierisca. L'amore infierisce, la carità infierisce: ma infierisce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi…”

Dobbiamo capire che nella perseveranza, la carità è fondamentale: “è fuoco che corregge e guarisce” e se correggiamo un fratello deve essere sempre per Amore e non per scagliare il nostro veleno. L’insegnamento diviene esso stesso Carità, sostegno, forza e non può diventare veleno che uccide (un proverbio dice “Lingua non ha ossa, ma ossa spezza”) perché il Papa stesso ci dice che la Carità “è un dono di se commosso”. Nel salmo n. 8 leggiamo “cos’è l’uomo perché te ne ricordi? e il figlio dell’uomo perché te ne curi?” eppure per noi, che non siamo nulla, Dio si commuove! Noi dobbiamo saperci donare al prossimo, dimostrare vicinanza al di là dei nostri errori, dobbiamo essere strumenti che dimostrano la bellezza di Dio!

Dio tocca sempre i nostri cuori con i fatti, ricordiamolo sempre! I veri insegnamenti sono quelli che trasmettono, che sanno contagiare, come quelli che ci narrano i nostri nonni, quelli che vengono dalle persone semplici che hanno sempre compreso che accogliendo la volontà di Dio, non si è mai orfani!

Don Anselmo ci ricorda parlando di questo argomento, l’omelia che il vescovo di Ascoli Giovanni D’Ercoli, ha fatto nel giorno dei funerali delle vittime del terremoto di qualche mese fa, e che è rimasta impressa nei cuori, perché ha ripreso un brano del Don Camillo di Guareschi sull’alluvione. Ecco le sue parole C’è una pagina bellissima, nell’avventura di don Camillo, che narra di una sera malinconica nella quale questo parroco dovette affrontare il dramma di un’alluvione che complicò terribilmente la speranza della sua gente: «La porta della chiesa era spalancata e si vedeva la piazza con le case annegate e il cielo grigio e minaccioso – scrive Giovannino Guareschi -. “Fratelli” disse don Camillo “le acque escono tumultuose dal letto del fiume e tutto travolgono: ma un giorno esse torneranno placate nel loro alveo e ritornerà a splendere il sole. E se, alla fine, voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete perso la fede in Dio. Ma chi avrà dubitato della bontà e della giustizia di Dio sarà povero e miserabile anche se avrà salvato ogni sua cosa”. Don Camillo parlò a lungo nella chiesa devastata e deserta e intanto la gente, immobile sull’argine, guardava il campanile. E continuò ancora a guardarlo e, quando dal campanile vennero i rintocchi dell’Elevazione, le donne si inginocchiarono sulla terra bagnata e gli uomini abbassarono il capo. La campana suonò ancora per la Benedizione. Adesso che in chiesa tutto era finito, la gente si muoveva e chiacchierava a bassa voce: ma era una scusa per sentire ancora le campane».

Essere ancora ricchi se si perde tutto, ma non la Fede! Questa è la strada da percorrere, la strada che fa “respirare il cuore” anche se il cammino è pieno di ostacoli! Il Signore ci indica la via, e anche se la perdiamo, è pronto a riaccoglierci, come una mamma che da i giusti valori ai figli, ma se essi si perdono, non li abbandonerà mai ugualmente e darà sempre ad ognuno tutto il proprio Amore. Proprio come gli operai alla vigna che nel vangelo Gesù narra vengono pagati dal padrone  tutti allo stesso modo, seppur c’è chi ha lavorato tutto il giorno e chi un’ora sola (Mt 20, 1-16)! Dio ama la perseveranza, ma è pronto a perdonare anche chi si redime all’ultimo, come appunto farebbe una mamma! Certo comprendere sempre la volontà del Signore resta un mistero al quale comunque dobbiamo saperci abbandonare, proprio in virtù della Fede!

Per concludere Don Anselmo ci ha ribadito che la perseveranza non è dovuta solo ai libri o alle conoscenze, ma è un collante di Fede, Speranza e Carità, e anche e soprattutto dagli errori e dai limiti, che  la perseveranza può rafforzarsi. Gli stessi apostoli erano perseveranti perché avevano capito molto dai loro errori e, nonostante non avessero testi o nozioni su cui basare i loro insegnamenti, erano saldi e gioiosi nella loro missione! Erano i “motori di ricerca”, il sostegno l’uno dell’altro, si affidano e confidavano nel prossimo! Dovremmo essere, scherza infine Don Anselmo, ma con un esempio calzante, i “google” l’uno dell’altro, dove non riusciamo o non sappiamo o non capiamo, possiamo chiedere e ricevere il sostegno dall’altro affinché si crei perseveranza e vera conoscenza!

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